L'inverno astronomico ha inizio il giorno del solstizio d'inverno (21/22 dicembre) e termina nel giorno dell'equinozio di primavera (21 marzo).



Volge come una ruota il ciclo della vita, all’inizio del nuovo anno così cantò il Bardo:
alle calende d’Inverno terra dura, fremono foglie secche sullo stagno. Sventura a chi s’adagia lontano dalla casa, chi può chiuda la porta e lasci fuori furia di vento presagio di tempesta: difficile conservare un segreto!
Alle calende d’Inverno, magri i cervi, gialle le chiome di betulla, deserta la capanna che in estate vide fluire il sangue della caccia. Sventura a chi si rammarica per nulla. Alle Calende d’Inverno, grigia piuma hanno gli uccelli, e triste il loro canto. Tra cento uomini non troverai l’amico




L'inverno e i sempreverdi

Nei tempi passati, al termine dell'estate, un uccellino si ferì ad un'ala, restando cosi da solo nel bel mezzo del bosco.
Non potendo più volare, resto' praticamente in balia dell'inverno, che già faceva sentire i suoi primi geli.
Cosi, domando' ad un enorme faggio di potersi rifugiare tra i suoi grandi rami, sperando di poter passare l'inverno al riparo dal cattivo tempo. Ma il faggio, altezzosamente, rifiuto' all'uccellino un piccolo riparo tra le sue fronde.
Intristito, l'esserino continuo' a girovagare nel bosco, trovando di li a poco un grosso castagno e, speranzoso, ripete' la stessa domanda.
Ma anche quest'albero rifiuto' all'uccellino la sua protezione.
Cosi, nuovamente s'incammino nell'oscurità della foresta, alla ricerca di un riparo.
Di li a poco si senti' chiamare:
- Uccellino vieni tra i miei rami, affinché tu possa ripararti dal freddo.
Stupito, l'uccellino si volto' e vedendo che a parlare era stato un piccolo pino, salto' lestamente su uno dei suoi rami.
Subito dopo anche una pianta di ginepro offrì le sue bacche come sostentamento per il lungo inverno. L'uccellino ringrazio' più volte per tale generosità, che gli permise cosi di superare la cattiva stagione.
Dio, avendo osservato tutto, volle ricompensare la generosità del pino e del ginepro, ordinando al vento di non far cadere loro le foglie, e quindi da quel giorno furono "sempreverdi"


Inverno e la leggenda della merla

Nei gelidi cieli dei giorni più freddi dell’anno, la leggenda racconta che la merla candida e bianca ed i suoi piccoli, stavano volando ormai allo stremo della resistenza. Già più volte avevano cercato riparo senza successo e stavano ormai soccombendo al gelo implacabile. D’improvvisa mamma merla vide un fumo nero salire da un camino e decise di condurre i suoi piccoli in quella direzione, in cerca di un po’ di calore. Finalmente in un caldo rifugio la merla riuscì così a salvare la famiglia, divenendo nera a causa della caligine che usciva dal camino. Da allora i bianchi merli, in segno di gratitudine, hanno accettato di restare neri.

Una versione più triste narra che una merla, ingannata dal sole di gennaio cominciò a covare le sue uova. Però l’inverno non era finito e il 29, 30 e 31 il freddo ritornò intenso, così che le uova si ruppero e i piccoli perirono. Anche la merla, affranta da dolore, morì.

Un’altra leggenda, molto diffusa in Lombardia, narra che una ragazza e un ragazzo, per guadagnare tempo, mentre si recavano a una festa in un paese vicino al loro, attraversarono il Po gelato, ma scivolarono nell’acqua e scomparvero. Unica testimone dell’accaduto una merla: per tre giorni l’uccello cinguettò volando sui passanti per chiedere aiuto. Poi, il terzo giorno (30 gennaio) il sole sciolse il ghiaccio e il fiume restituì i cadaveri dei giovani, intorno ai quali sbocciarono fiori.



















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